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  #1  
Vecchio 09-02-2008, 19.41.04
Bnx
 
Messaggi: n/a
Predefinito [RECE] L'isola delle Tre Erre (Jamaica)

Beh, visto che in questi giorni si è scritto di Jamaica, io ritiro fuori
qualcosa dalla storia di ihv...
:-)))


Quest'isola tormentava da tempo i miei pensieri, sin da quando, esile
adolescente, occupavo timidamente i banchi di scuola. Quel caldo genere
musicale, seducente e ritmato, ricordo era di gran moda all'epoca, ed il
successo su scala mondiale dello stesso, aveva consolidato la leggendaria
figura del suo massimo esponente, considerato dalle masse meno abbienti, una
sorta di messia del terzo mondo.

Negli ultimi anni avevamo gironzolato abbastanza, tornando più volte anche
in paesi dove avevamo lasciato il cuore, ma questa piccola isola, per un
motivo o l'altro ci sfuggiva sempre, come quando, pur disponendo delle
prenotazioni aeree, fummo costretti a rinunciare in extremis alla partenza,
a causa di alcuni gravi disordini legati all'aumento del carburante, con
conseguente sospensione dei voli e chiusura degli aeroporti locali.
Viaggiammo quindi lontano, dall'altra parte del mondo, scoprendo terre di
ineguagliabile bellezza, il cui mito non rende giustizia alla loro reale
magnificenza, e di cui ci innamorammo perdutamente, trovando un senso di
appagamento che ci accompagnò nei mesi a seguire, quei mesi in cui gli
alberi ingialliscono e le foglie cadono tristemente confondendosi con i
ricordi.

Mentre di tanto in tanto, riaffiorava prepotentemente il desiderio di
rimettersi in viaggio, nei primi giorni d'inverno, durante una di quelle
giornate in cui il sole ci saluta presto, troppo presto, stavo mettendo un
poco d'ordine nella mia testa e tra alcune vecchie cose, ormai quasi
dimenticate. Inaspettatamente ritrovai un vecchio nastro di "Legend", la
raccolta del mitico Bob Marley, proprio quel grande artista che dettò il
tempo agli anni dell'adolescenza, che iniziai a riascoltare
ininterrottamente in macchina, durante le interminabili code mattutine nel
grigiore metropolitano. Spinto dal ritmo, e da quell'irrequietezza che ha
spesso accompagnato la mia esistenza, iniziai, come spesso mi accade quando
sogno di visitare un paese, dapprima a leggere appassionatamente, e poi a
navigare con la fantasia. Così, dopo qualche tempo, tra prima e seconda,
pirati, semafori rossi, vigili e reggae, decisi che la Jamaica non poteva
più aspettare.

Alle 17,30 del 21 Gennaio, l'aereo della British Airways effettua il suo
atterraggio sulla pista dell'aeroporto Norman Manley di Kingston, collocata
di fatto in mezzo al Mar dei Caraibi, sulla lunga striscia di sabbia
chiamata "Palisadoes", distante una ventina di chilometri dal centro della
città. Siamo gli unici europei a scendere dal boeing proseguente per Montego
Bay e, considerata la brutta reputazione di cui gode questa città, confesso
che qualche pensiero negativo mi frulla per la testa. Sbrighiamo facilmente
le formalità doganali, dirigendoci verso il recupero bagagli, dove troviamo
inesorabilmente ad attenderci una brutta sorpresa. Infatti, dopo un paio di
minuti che aspettiamo, ci viene incontro un'impiegata della compagnia aerea
che ci informa che tutti i bagagli scaricati sono stati consegnati. Ero
sicuro che prima o poi sarebbe successo, il nostro s'è smarrito.

Mentre qualche gocciolina di sudore scende lentamente sulle nostre fronti,
quasi a volerci ricordare che ci troviamo ai tropici, compiliamo tristemente
la denuncia di smarrimento. Desolati, avviliti e stanchi, cerchiamo di
spiegare che non ci tratterremo a Kingston, ma abbiamo riservato solo tre
notti a Port Antonio, distante almeno un paio d'ore di auto, e che non
ripartiremo da qui, ma da Montego Bay, situata praticamente dall'altra parte
dell'isola. L'impiegata della British ci assicura che il nostro borsone
arriverà sicuramente con il prossimo dei quattro voli settimanali
provenienti da Londra, ma di volta in volta, dovremo comunicarle
telefonicamente i nostri recapiti all'interno dell'isola, al fine di
permetterle di recapitarci il bagaglio, di cui siamo comunque tenuti a
lasciarle le chiavi, per consentirle di riconoscere qualcosa di quanto
abbiano elencato sulla denuncia.

Semplice no?

Intanto ci consegnano un kit a testa per la notte e l'equivalente in dollari
giamaicani di cento americani per le spese necessarie.

Usciamo dall'aeroporto sentendoci improvvisamente come delle mosche bianche
e ci rechiamo nel parcheggio dei taxi con regolare licenza, appartenenti
alla compagnia "Juta". Purtroppo non c'è nessuno che vada nella nostra
direzione con il quale possiamo dividere la spesa, anzi, a dire il vero, nel
parcheggio non c'è proprio nessun altro cliente tranne noi. Tariffa piena
quindi e via cento dollari americani.

Quando è ormai buio, attraversiamo tra mille ingorghi la capitale
giamaicana, che si è guadagnata la triste fama di essere una delle città più
violente del mondo. Kingston rappresenta ancora oggi la mecca di tutti i
poveri giamaicani in cerca di fortuna, che finiscono quasi sempre per
accrescere le baraccopoli presenti ai margini della città. In questi ghetti
sono purtroppo ancora molto sviluppate numerose forme di epidemie di febbre
tifoide, dovute alla mancanza di acqua potabile, e alle fogne a cielo
aperto. Il diffuso analfabetismo ha portato la disoccupazione alle stelle e
la maggior parte delle decine di migliaia di abitanti di queste baraccopoli,
vivono di elemosina e delle forme più disparate di mestieri improvvisati.
Alcune zone della città sono totalmente out per gli stranieri, che qui
rischierebbero la pelle per un niente. In questa metropoli, dove si
concentra circa un terzo della popolazione giamaicana, si verificano circa
il 60% del totale dei reati dell'isola, e, oltre ai delinquenti comuni, ci
sono decine di bande armate dai vari partiti che si contendono a suon di
stragi il potere politico.

Ma Kingston è anche la culla del Rastafarianismo, praticamente sinonimo di
Jamaica, sul quale desidero aprire una doverosa parentesi storica. Il
movimento derivante dai termini Ras (principe) e Tafari (da temere) in onore
dell'imperatore etiope Hailè Salassiè, è nato in Jamaica alla fine degli
anni venti come rivendicazione del nazionalismo nero, e si è rapidamente
diffuso in molti angoli dei caraibi. Il padre ideologico fu Marcus Garvey,
personaggio di spicco dell'America nera dei primi del novecento, creatore di
un'associazione per il miglioramento della condizione negra nel mondo, e
sostenitore del ritorno alla madre Africa. Garvey, nato in Jamaica, ma
trasferitosi successivamente negli Stati Uniti, aprì sostanzialmente la
strada al movimento di Martin Luther King e fondò un giornale chiamato
"Negro World", nonché una compagnia di navigazione, la Black Star Line, che
collegava gli Stati Uniti ed i Carabi all'Africa. E' chiaramente intuibile
come le idee di Garvey attecchirono facilmente in un paese povero come la
Jamaica, oppresso da anni di colonialismo britannico, e dove la popolazione
risulta sostanzialmente composta dai discendenti degli schiavi africani.
Dalle sue idee nacque appunto un movimento premonitore di un imminente
giorno nel quale, un redentore nero sarebbe diventato re in Africa. Lo
stesso fu presto facilmente identificato in Ras Tafari, il quale prese il
nome di Hailè Selassiè, incoronato imperatore d'Etiopia nel 1930. Selassiè,
venne considerato addirittura diretto discendente del Re Salomone e dalla
regina di Saba, nonché re dei re e leone conquistatore della tribù di
giudea. Fu rapidamente ritenuto come Dio incarnato, colui che avrebbe
ricondotto i rastafariani nella terra promessa chiamata Sion, dal luogo
d'esilio
nel quale ora si trovavano, denominato Babilonia, ed inteso come la Jamaica,
ma soprattutto come lo stato bianco potente e corrotto che comanda in
pratica il mondo. Alla base del movimento, c'è quindi una comune origine
africana che unisce i giamaicani e la numerosa gente di colore sparsa nel
mondo, infondendo loro un messaggio di speranza, un senso alla loro triste
ed ingiusta storia di esiliati, un ritrovamento di una propria identità
culturale. Col trascorrere degli anni, il movimento fece numerosi proseliti
sull'isola, i quali, a simboleggiare la criniera del leone di giudea,
adottarono come capigliatura le lunghe trecce chiamate dreadlocks, usate da
alcune tribù dell'Africa orientale, ed indossarono il "Tam", il tipico
berretto di lana con i colori etiopi. I rastafariani asseriscono che la
razza africana è una tra le predilette da Dio e la loro dottrina prende
spunto dalla Bibbia, la quale sostengono che raccontasse originariamente la
storia dei popoli africani e che sia stata nel corso dei secoli riscritta
dai bianchi per dominare i neri. I "Rasta" rifiutano il principio cristiano
della redenzione dopo la morte, in quanto convinti che il paradiso esista
sulla terra, ed il loro pensiero ha accresciuto negli anni la diffidenza e
la sfiducia della popolazione appartenente ai ceti meno abbienti nei
confronti dei bianchi. I Rasta inoltre si nutrono solo di cibi naturali, non
ambiscono a possedere beni materiali e nutrono la loro forza tramite
l'inseparabile
Bibbia e la fede nella divinità Ras Tafari. Circa il 60% degli appartenenti
al movimento fuma la marijuana (comunemente chiamata ganja), importata
sull'isola
a fine ottocento dai lavoratori indiani e diffusa tutt'oggi praticamente su
tutto il territorio, anche se viene considerata illegale a tutti gli effetti
dalle autorità. I Rastafariani asseriscono che la ganja li aiuta a restare
in contatto con Dio, prendendo fanaticamente spunto da un salmo della bibbia
nel quale è scritto "Fai crescere il fieno per gli armenti e l'erba al
servizio dell'uomo".

Lo spregiudicato cantante reggae Peter Tosh, assassinato nella sua casa di
Kingston nel 1987, lanciò spesso nei suoi brani un chiaro messaggio circa la
legalizzazione della stessa sostanza proibita.

Certamente il "rasta" più famoso e sinonimo stesso di Jamaica, resta
comunque Bob Marley, il cantante che ha fatto conoscere il Reggae, la musica
di protesta nata nei ghetti di Kingston (come evoluzione dei precedenti
generi "mento", "ska" e "rocksteady") in tutto il mondo. Marley, che crebbe
praticamente in uno dei sobborghi più diffamati di Kingston, dove fondò
assieme a Peter Tosh e Bunny Livingstone il leggendario gruppo dei
"Wailers",
ebbe il merito di diffondere in Jamaica il messaggio della lotta non
violenta contro "Babilonia" e fu osannato in tutto il terzo mondo per i suoi
testi contro le oppressioni razziali, le ingiustizie e l'amore. La musica
reggae, autorevole mezzo di divulgazione della dottrina rasta, grazie al suo
massimo esponente ha valicato barriere razziali, linguistiche e di classe,
divenendo un genere musicale che ha influenzato non poco le rock-star più
famose del mondo.

Il corpo del "profeta del reggae", prematuramente scomparso di tumore a
Miami l'11 maggio 1981 a soli 36 anni, fu esposto alcuni giorni dopo nella
National Arena di Kingston per dodici ore.

Le sue "dreadloks" furono raccolte nel classico berretto rosso, verde, oro,
nella mano destra gli fu messa una bibbia, a testimonianza del suo credo
alla filosofia rasta, mentre nella sinistra la sua chitarra, che ha donato
al mondo alcune tra le più belle melodie mai scritte. Il giorno seguente si
svolsero i funerali nella chiesa etiope ortodossa, ed un corteo funebre si
snodò per decine di chilometri (ben 80 a quanto si narra), accompagnando il
corpo del grande Bob fino al distretto di St. Ann, dove tutt'ora è sepolto,
..

Purtroppo, col trascorrere degli anni il Rastafarianismo è diventato anche
una copertura per i delinquenti comuni e gli imbroglioni, che nascondendosi
dietro le dreadlock, sfruttano il movimento per alimentare i loro traffici e
per spillar dollari ai turisti. Gli autentici "Rasta", che scendono di rado
nelle città, sono elementi pacifici, religiosi all'inverosimile nei
confronti di Jah (Dio), ed in simbiosi con la natura, dalla quale traggono
tutto quanto loro necessita, compresa la loro erba sacra "Ganja".

Dai finestrini del taxi entrano le note sincopate della musica reggae
sparata a tutto volume ad ogni angolo delle strade, le nostre narici
percepiscono l'odore pungente del fumo proveniente dai bidoni sui quali
cuoce il Jerk, il piatto nazionale giamaicano, mentre i nostri occhi vedono
uno degli spettacoli più deprimenti ai quali si possa assistere, quello
della miseria, tanta miseria, che si manifesta con interminabili file di
costruzioni di lamiera, case di cartone, mendicanti, storpi. Indubbiamente
tutto ciò stona con l'immagine patinata dei cataloghi turistici, i quali
presentano la Jamaica come la terra del perenne divertimento.

Ci sarebbe piaciuto fermarci almeno questa notte, soprattutto per visitare
all'indomani la superturistica casa-museo di Bob Marley, ma disponiamo di
poco tempo, e così, imboccando la dissestata strada statale A3, ci lasciamo
alle spalle Kingston, per addentrarci in balia del nostro sconosciuto
autista nel buio di una fitta foresta, dalla quale usciamo solo dopo un paio
d'ore di ripetute curve, una volta giunti sul versante opposto dell'isola,
nella località di Annotto Bay, da dove, in una buona mezz'ora di strada
costiera raggiungiamo Port Antonio ed il Dragon Bay Hotel, nel quale
soggiorneremo le prossime notti.

Il mattino seguente di buon'ora, sono già in piedi a spalancare la finestra
del nostro bel cottage situato in cima ad una collinetta degradante verso il
mare. E' una splendida giornata e il cinguettio dei doctorbirds, i colibrì
endemici della Jamaica, fa da colonna sonora al sublime paesaggio che si
manifesta ai miei occhi. Il Dragon Bay, incastonato in una meravigliosa
piccola baia lambita da calme acque trasparenti, ed interamente circondata
da una rigogliosissima vegetazione, mi appare in tutto il suo splendore.
Tutto secondo copione, se non fosse per il problema non trascurabile del
bagaglio. Così, dopo aver fatto un'abbondante colazione a base di uova
fritte e bacon, ackee (tipico frutto giamaicano) & Salt Fish (merluzzo),
usciamo sul piccolo piazzale antistante il nostro cottage in cerca di un
taxi che ci conduca in paese dove acquistare qualcosa, poiché non disponiamo
praticamente di nulla, fatta eccezione per gli abiti con i quali abbiamo
viaggiato.

Dall'alto della collina dove ci troviamo, restiamo per un istante folgorati
dall'incredibile vista della Blue Lagoon, ed in seguito, considerato che non
c'è praticamente alcun taxi, ci riversiamo sulla strada principale, dove,
dopo pochi minuti di cammino, saliamo a bordo di uno sgangherato autobus, il
quale ci permette di raggiungere in pochi minuti il paesino di Port Antonio
ascoltando dell'ottima musica reggae, sparata a tutto volume da una radio
posta sul cruscotto del driver.

Sebbene sia mattina, già splende un sole accecante, il quale crea degli
incredibili giochi di luce con i forti colori tropicali. Fa decisamente
caldo, ed il paese pullula di gente nella quale vorremmo confonderci, ma è
ovviamente impossibile cromaticamente, e ci sentiamo giustamente osservati.
Così, veniamo immediatamente avvicinati da una specie di armadio ambulante
alto un paio di metri, il quale non ci molla un attimo e mi parla a pochi
centimetri dal viso, facendomi sorbire il suo pesante alito saturo di
alcool. Ci propone rapidamente di tutto, esprimendosi in un inglese
cantilenato e seguendoci passo dopo passo, nonostante cerchiamo
ripetutamente di scoraggiarlo. Sappiamo che il fenomeno degli "hustler" è
assai diffuso in Jamaica, una specie di piaga endemica, tanto che l'ente
turistico si è molto dato da fare negli ultimi anni per eliminarlo. Gli
hustler sono persone senza lavoro, che vivono di espedienti ai danni dei
turisti, spesso semplicemente molestandoli, ma a volte anche minacciandoli
con fare aggressivo, al fine di vendergli a tutti i costi qualcosa o farsi
magari regalare qualche dollaro. Cerco di fargli capire che desideriamo
essere lasciati in pace, ma il tizio continua a seguirci dappertutto, fino a
quando, forse stanco, non impreca qualcosa verso di noi e se ne va in
un'altra
direzione brontolando.

Ci riversiamo immediatamente all'interno del pittoresco ed affollatissimo
Musgrave Market, dove la Jamaica ci offre il meglio di se, ammaliandoci con
un'intensa esplosione di colori, odori, suoni. Ci sono decine di banchi che
offrono un'infinità di frutti come banane, guava, cocchi, manghi, star
apple, ma anche altri che arrostiscono grassi jerk di maiale, lanciando
nell'aria
intensi profumi. Riusciamo a comprendere ben poco di quanto udiamo, in
quanto la maggior parte delle urla dei venditori e dei rumorosi ed animati
colloqui avvengono in un dialetto (patois), il quale consiste in misto di
termini inglesi, spagnoli, ma soprattutto africani. Con non pochi sforzi, ma
molto divertiti da questa simpaticissima gente, la quale mostra tutto il suo
calore nelle vivaci contrattazioni, acquistiamo qualche maglietta, dei
costumi da bagno, dei sandali di gomma, ma anche qualche dolcissima e
saporita banana. Mentre aspettiamo l'autobus, veniamo avvicinati da un
ragazzo sulla trentina, che subito si propone per condurci ovunque
desideriamo. Gli diciamo che non siamo interessati ai suoi servizi, ma si
mostra simpatico, cordiale, spiritoso, e poi l'autobus non si decide a
partire, quindi saliamo sulla sua vettura, dopo aver ovviamente contrattato
lo strappo fino al nostro albergo.

Joseph mi piace, trovo il ragazzo veramente amichevole e così ci fermiamo un
poco a scambiare quattro chiacchiere. Si offre di farci visitare i dintorni
e, nonostante non sia un taxista, subito dopo ci troviamo a contrattare
sulla cifra da lui richiesta, per trasportarci in determinate località che
ci interessano. Ci diamo quindi appuntamento all'indomani mattina, ma prima,
dopo aver indossato i costumi da bagno e le colorate magliette acquistate al
mercato, ci facciamo accompagnare nella sottostante Blue Lagoon.

Il colpo d'occhio è eccezionale. La profonda laguna dalle acque color giada
è interamente circondata da una folta vegetazione e si apre verso il mare
attraverso uno stretto canale, ma è alimentata anche da sorgenti di acqua
dolce che salgono dal basso. Trascorriamo degli intensi attimi sereni,
comodamente seduti al bar di fronte la laguna, sorseggiando una ghiacciata
"Red Stripe", la birra locale, chiamata simpaticamente "policeman", a causa
della striscia rossa posta diagonalmente sull'etichetta bianca, la quale
ricorda appunto i pantaloni dei poliziotti giamaicani. Veniamo adescati da
un ragazzo, il quale ci offre una gita in barca che, considerato il tempo
magnifico, ed il mare dalle mille sfumature che si presenta dinnanzi a noi,
ci sembra proprio l'ideale in questo momento. Il giamaicano scompare
praticamente nel nulla, quasi facendoci pensare che non ci siamo compresi,
ma poco dopo riappare a bordo di una lunga lancia a motore, sulla quale
saliamo, salpando velocemente verso il mare aperto.

Il panorama è straordinario e dal mare possiamo ammirare ancora meglio la
fitta vegetazione che ricopre sostanzialmente l'intera costa, ma più ci
allontaniamo dalla placida laguna e più le onde diventano grandi, sempre più
minacciose, terrificanti. Il ragazzo procede spedito tagliandole a tutto
volume, facendo in questo modo oscillare incredibilmente la lancia a destra
e sinistra. Abbiamo più volte la sensazione di ribaltarci in acqua, e gli
urlo a squarciagola di rallentare, sorbendomi i suoi poco rassicuranti "ja
mon, no problem mon", ma per fortuna rallenta poco dopo la corsa,
considerato che siamo giunti in prossimità della Winnifred Beach, una bella
spiaggia a forma di mezzaluna. Praticamente terrorizzati scendiamo dalla
barca, adagiandoci sulla spiaggia dorata in compagnia di numerose famigliole
giamaicane. Qui siamo gli unici turisti e la cosa effettivamente non ci
dispiace, anche se ovviamente ci sentiamo osservati e, forse, considerati a
ragione un poco invadenti. Osserviamo i bambini giocare semplicemente nelle
limpide acque, alcune coppiette scambiarsi teneri baci, altre persone che
fanno il bagno nude in un piccolo torrente poco distante, a ridosso della
generosa vegetazione tropicale che circonda la zona. Nonostante i
giovanissimi giamaicani sembrano prediligere oggigiorno una sorta di
particolare rap caraibico, qui il classico reggae aleggia ancora sovrano
nell'aria, contribuendo a conferire al posto un'aria prettamente giamaicana,
la Jamaica che sognavo, lontana dalla spiagge turistiche degli hotel "all
inclusive". Passiamo un paio d'ore divertiti su questa spiaggia,
crogiolandoci al sole, ma dialogando spesso anche con questa gente così
amichevole e cordiale, che quando parlano tra loro in realtà non capiamo, ma
che simpaticamente si sforzano di comunicare con noi, mentre i bambini,
veramente bellissimi, a volte si avvicinano per sfotterci chiamandoci
"whitey", e come possiamo dargli torto, considerato che a gennaio la nostra
abbronzatura estiva è bella che andata, ed effettivamente sembriamo dei
latticini, vicino alle loro belle lucide carnagioni color ebano.

Il giorno successivo telefoniamo alla compagnia aerea, ma non riceviamo
buone notizie, in quanto sembra che il nostro borsone sia atterrato a
Barbados, e dovrebbe esserci recapitato nei giorni seguenti. Quando però,
non si sa.

Joseph arriva puntuale all'appuntamento. In macchina, assieme a lui siede un
signore sulla cinquantina, il capitano della nostra zattera. Si, perché
stamattina siamo diretti al Rio Grande per effettuare rafting, ma Joseph ha
ben pensato di far guadagnare qualcosa a questo suo amico, il quale lavora
da anni trasportando turisti sul fiume. Il percorso fino a Barridale è
alquanto piacevole, nonostante le strade versino in pessime condizioni e
siamo costretti ad innumerevoli rallentamenti per evitare delle buche grandi
come crateri. Oggi è domenica e le piccole chiese straripano di fedeli,
molti dei quali vestiti a festa. Ne incontriamo parecchi lungo la strada e
restiamo colpiti in particolar modo dalle donne, particolarmente agghindate.
Le melodie delle messe cantate si odono sin fuori i portoni delle chiese,
così come gli "alleluia", che echeggiano imperiosi nell'aria. Strano ma
vero, la Jamaica detiene il record del più alto numero di chiese per
chilometro quadrato al mondo. La maggior parte della popolazione appartiene
alla Chiesa Anglicana, ma sono presenti anche culti battisti, cattolici,
metodisti, ed altri ancora. Poi, come ci ricorda un anziano signore che
incontriamo ai margini della strada, una volta usciti dal centro abitato, ci
sono sempre i rasta. Le sue trecce gli arrivano fino ai piedi e sono
particolarmente folte, ingiallite, hanno l'aspetto di enormi e spesse funi
di canapa. I nostri amici ci raccontano che lui è un vero "rastaman", abita
nei boschi e raramente scende in paese.

Continuiamo a viaggiare su strade dissestate attraverso bellissime foreste,
incontrando di tanto in tanto alcuni piccoli agglomerati di case molto
modeste e qualche ragazzino che porta al pascolo delle caprette. Arriviamo
quindi nei pressi di Barridale, dove troviamo alcune decine di zattere
ormeggiate su una piccola spiaggia ghiaiosa in prossimità del Rio Grande.
Joseph ci saluta, dandoci appuntamento in prossimità del mare, dove
arriveremo alla fine del nostro rafting, mentre il "capitano" sceglie una
zattera, che fa scivolare lentamente in acqua e ci invita a salire. Iniziamo
quindi a navigare sul fiume, a bordo di questa lunga e stretta zattera
composta da canne di bambù, sulla quale è stato appositamente collocato una
specie di sedile con tanto di cuscino, che ci permette di stare comodamente
seduti, mentre il nostro amico si è posizionato in piedi sulla parte
anteriore, e tramite una lunga pertica di legno indirizza la zattera lungo
il percorso. Il tragitto è alquanto piacevole, e forse definirlo rafting è
un'esagerazione, considerato che le rapide che incontriamo sono
relativamente poche, ma lo spettacolo al quale assistiamo è indimenticabile.
La vegetazione che accompagna le sponde del Rio Grande è rigogliosa,
verdissima, intensa. Su alcune piccole anse osserviamo diverse donne lavare
il bucato, così come i soliti bellissimi divertiti bambini che ci salutano
gridando, mentre spesso il cielo si copre di storni di piccoli uccelli
colorati. L'acqua del fiume è estremamente limpida, ed in una piccola
rientranza, particolarmente protetta dalla corrente, ci tuffiamo per un
bagno rigeneratore. Il nostro "capitano" ci racconta di quando, ancora
bambino, accompagnava il padre sul fiume, e si ricorda di Errol Flynn, il
celebre attore di Hollywood che, in seguito ad una tempesta, approdò a Port
Antonio nel 1946 e s'invaghì talmente tanto del posto da risiederci a lungo.
Sembra che proprio Flynn inventò il rafting turistico sul Rio Grande.
Secondo quanto si narra, dopo aver osservato le zattere che trasportavano le
banane dall'interno fino alla costa, avrebbe suggerito lui stesso ai
residenti l'idea di trasportare "turisti" anziché banane, poiché avrebbero
sicuramente guadagnato molto di più. Dopo il grande Bob, ritrovo un altro
mito del passato, uno degli eroi della mia tenera giovinezza, il mitico
"Capitan Blood", il quale sembra aver intensamente legato parte della sua
vita a questa splendida terra.

Dopo circa tre ore intravediamo il mare, segno che la nostra gita in zattera
è terminata, ed infatti poco dopo udiamo la voce di Joseph, che dall'alto ci
saluta. Torniamo indietro lungo la costa, superando Port Antonio ed il
nostro hotel, quindi ci fermiamo sulla Boston Beach. Altro posto frequentato
prevalentemente dai locali, ed altra bella piccola spiaggia, dove ammiriamo
molti giamaicani occupati a cavalcare magistralmente le impetuose onde
caraibiche con delle rudimentali tavole da surf. Il motivo principale per
cui ci siamo fermati qui, è però dettato dalle molteplici bancarelle dove,
su alcuni fusti di petrolio tagliati a metà, sta lentamente arrostendo il
jerk, il cui odore stuzzica non poco il nostro famelico appetito. Il termine
"jerk" indica il modo come vengono cucinate le carni di maiale e pollo, ma
talvolta anche il pesce. Le stesse vengono dapprima lavate con aceto e
marinate successivamente per diverse ore in una piccantissima salsa composta
da varie spezie, dopodiché vengono fatte arrostire lentamente sopra un fuoco
di legno di pimento, su dei fusti di petrolio tagliati a metà e ripiegati in
maniera tale che una parte funga da coperchio. Anche qui dei grossi
altoparlanti diffondono nell'aria il battito cardiaco dell'isola, ovvero la
pulsante musica reggae, mentre noi, divertiti più che mai e con lo sguardo
rivolto verso l'impetuoso Mar dei Carabi, gustiamo del pollo dal sapore
eccezionale, anche se siamo costretti a far fuori diverse "policeman", per
fronteggiare l'incendio che è divampato nelle nostre bocche. Patrizia chiede
a Joseph se è sposato, ed il giamaicano, sentendosi forse ora più a suo agio
e vinte le iniziali diffidenze nei nostri confronti, diventa serioso e ci
racconta qualcosa di lui e del suo paese. Così ci parla dei suoi tre
bambini, "tutti maschi per fortuna", del suo diploma, che gli serve però a
ben poco, considerato che lavora in una piccola fabbrica come operaio, dalla
quale spesso si assenta per andare a caccia di turisti, poiché in un giorno
o due, riesce a guadagnare quasi quanto percepisce in un mese di lavoro.
Joseph conosce bene le elevate tariffe dei taxi autorizzati e quelle dei
noleggi di autovetture, quindi riesce a proporsi ai turisti in maniera per
loro conveniente, considerato che, chi vuole fare dei lunghi giri come noi,
non può certo servirsi degli autobus, i quali garantiscono solo saltuari
collegamenti tra le principali località. Ci racconta che spesso però molti
forestieri hanno paura, non si fidano, e che non di rado deve elargire una
piccola "offerta" ai poliziotti, in quanto la sua posizione è chiaramente
illegale, ma "il nostro paese versa nella corruzione" prosegue, "per cui è
normale, tutto funziona così". Joseph continua dicendoci che difficilmente
il suo paese riuscirà ad uscire dalla stato in cui versa, poiché la gente,
nonostante la presa di coscienza di uno spirito nazionalistico, ragiona
purtroppo ancora secondo abitudini secolari, spesso legate alla condizione
di vita degli schiavi, alla quale è stata sottoposta per anni. Inoltre, la
povertà è assai diffusa e molta gente è costretta a vivere alla giornata,
spesso improvvisandosi nei più disparati mestieri. La vecchia società di
tipo agricolo si sta gradatamente trasformando in una società urbana, anche
se, la maggior parte di quelli che si recano ad esempio a Kingston in cerca
di fortuna, accrescono sostanzialmente il gran numero di disoccupati che
vivono di stenti nelle baracche. Molte persone nascono e muoiono povere, e
sono già fortunate se nella loro triste esistenza non hanno mai avuto a che
fare con la giustizia. Il guaio, prosegue Joseph, è che molti, oltre a non
disporre di mezzi sufficienti, hanno anche paura di essere intraprendenti,
di provare a fare qualcosa per smuoversi dallo stato in cui versano, ed
accettano passivamente la loro vita così come viene, come ai tempi degli
schiavi, quando gli stessi venivano costretti a non prendere iniziative, ed
obbligati con la forza ad accettare le loro misere condizioni. In questo
modo non si progredisce, e molti trovano la strada del crimine come la più
semplice da percorrere. Patrizia ed io ci guardiamo per un istante, colpiti
dalle profonde parole del ragazzo, il quale prosegue dicendoci che ci
racconta queste cose, perché sediamo assieme a lui e alla sua gente senza
pregiudizi, senza sentirci superiori perché bianchi, e sicuramente
benestanti. "Sapete come chiamano la nostra terra?" continua il giamaicano,
"L'isola delle tre R", "e le stesse significano per la stragrande
maggioranza dei turisti che mettono piedi qui unicamente Rum, Reggae e
Rasta, ma nessuno, dico nessuno si interessa a noi, alla gente comune che
abita questo paese, a chi quotidianamente li serve a tavola, li accompagna
in giro, fa si che non manchi niente nel loro dorato soggiorno giamaicano".
Rimango completamente annichilito da quanto afferma Joseph, ma non posso che
concordare con le sue affermazioni. Troppo spesso il turista è attratto
unicamente dalle bellezze naturali di un posto, praticamente
infischiandosene delle gente che vi risiede, e troppo spesso la stessa viene
vista soltanto come un fenomeno da baraccone, al quale scattare foto a
ripetizione da mostrare agli amici. La storia della Jamaica è una storia che
gronda di sangue, il sangue sacrificale di migliaia di africani strappati
alle proprie terre, in virtù di miseri interessi elaborati secondo ignobili
calcoli fatti a tavolino. I suoi abitanti, oltre ad aver subito per anni
l'onta
della schiavitù, sono stati assoggettati fino ancor prima della recente
indipendenza, anche ad una classificazione dettata in base al colore della
pelle, secondo biechi motivi stabiliti dall'impero britannico, facilmente
riassumibili in "dividi et impera". Ecco quindi, che questa nazione a larga
maggioranza nera, dove il potere era tenuto da pochissimi bianchi, divenne
una nazione fondamentalmente basata sulle sfumature della pelle, nella
quale, più la stessa tendeva al chiaro e più si poteva accedere a
determinati servizi, ovviamente negati ai più.

Quasi volutamente, dai giganteschi altoparlanti posizionati all'inizio della
spiaggia echeggiano ora le note di "Marcus Garvey", noto brano di Burning
Spear, un altro grande del reggae, e non posso far a meno di riflettere
sulle grandi ideologie di Garvey, ispiratore del rastafarianismo, ed
autentico sostenitore della rivendicazione del nazionalismo nero nel mondo.
Già, proprio Marcus Garvey, nato e vissuto a lungo in una nazione imperniata
sulla gamma dei colori, nella quale hanno sempre dettato legge gli uomini
bianchi, ed in rapida successione chi più si avvicinava a questo colore, una
nazione indipendente solo nel 1962, la cui bandiera porta i colori del verde
per simboleggiare la rigogliosa vegetazione che ricopre il territorio,
dell'oro
per simboleggiare il sole, ma soprattutto del nero, per simboleggiare il
colore della sua popolazione, diretta discendente dagli africani strappati
brutalmente alle proprie terre. Nonostante questo, e nonostante la forte
adesione delle masse al rastafarianismo, alla lotta aperta contro
"Babilonia", ed in sostanza all'avversione nei confronti del corrotto mondo
dei bianchi, rifletto ancora sul fatto che il primo premier "nero" a tutti
gli effetti, sia stato eletto solo trent'anni dopo l'indipendenza, cioè nel
1992, e nel frattempo, mentre le note sincopate del reggae si contrappongono
alle onde violente del mare, incrocio gli occhi di Joseph, che credo abbia
capito di aver colpito nel segno.

Lasciamo la Boston Beach, continuando il nostro giro verso est, lungo la
dissestata strada A4, nella quale si alternano belle spiagge dal mare
increspato, a tratti di verdissima vegetazione tanto intensa da togliere
sostanzialmente ogni visuale. Ogni tanto notiamo ai margini della strada dei
piccoli banchetti che espongono la solita coloratissima frutta, mentre a
volte, ci troviamo davanti qualche sconquassato autobus che rallenta la
nostra già fiacca marcia, ma che non sempre Joseph riesce a superare,
considerato l'alto numero di buche che rendono molto accidentata la strada.
Arriviamo alla Long Bay, una lunghissima spiaggia a forma di mezzaluna, dove
il mare, dolcemente increspato, presenta varie tonalità di azzurro. Ci
fermiamo un paio d'ore, passeggiando sulla spettacolare spiaggia e
bagnandoci di tanto in tanto, seppur facendo particolare attenzione alla
forte corrente che sembra trascinarci pericolosamente verso l'interno. Il
posto presenta un'atmosfera rilassata, molto informale, e si potrebbe stare
qui per ore senza far niente, semplicemente osservando le onde che
s'infrangono
sulla bianca spiaggia, od il cielo tanto azzurro da far male agli occhi, ma
vogliamo proseguire oltre, e ci mettiamo alla ricerca di Joseph, che nel
frattempo si è addormentato sotto una palma.

Sono ormai le 17 quando, poco dopo aver superato il piccolo villaggio di
Manchioneal, ci addentriamo per un breve tratto verso l'interno e
raggiungiamo le Reach Falls. Sebbene le stesse rappresentino una delle
principali attrazioni del poco turistico distretto del Portland, di fatto
non c'è nessuno, e così, dopo aver sceso una serie di gradini, ci troviamo
davanti alla scenografica immagine delle cascate, interamente circondate
dalla foresta pluviale. L'acqua del piccolo laghetto sotto le cascate è
gelida, ma la notevole trasparenza della stessa invita assolutamente ad un
bagno, e dopo aver indugiato non poco, mi immergo lentamente, provando
dapprima una specie di paralisi dell'intero corpo, seguita quasi subito da
un piacevole senso di diffuso benessere. Raggiungo il punto più profondo del
laghetto, in prossimità del massiccio gettito d'acqua proveniente dall'alto,
e mi soffermo meravigliato, ad osservare ciò che mi circonda. Mentre l'acqua
precipita con forza sulla mia testa, spazio con lo sguardo tra il verde
intenso della vegetazione circostante e la pozza color giada nella quale
sono immerso, restando letteralmente incantato da codesto spettacolo. Vengo
immediatamente raggiunto da Patrizia, con la quale ci abbracciamo
entusiasticamente sotto il gettito d'acqua, ed il posto è talmente isolato,
ricco di suggestivo fascino e così romantico, che quasi ci vien voglia di
emulare la scena di un famoso film girato proprio sotto queste cascate, ma
le note strimpellate da una piccola chitarra, ed un cenno di saluto da parte
di un paio di giamaicani che nel frattempo hanno raggiunto il laghetto, ci
riportano alla realtà, seppur sempre piacevole.

Siamo di nuovo sulla statale A4 ad evitare buche, ed a conversare con
Joseph, che nel frattempo ha inserito un nastro di musica reggae, la quale
contribuisce sostanzialmente a rendere allegro il movimentato tragitto. Poco
prima di arrivare al nostro hotel, il ragazzo imbocca una stradina sterrata
che percorre per qualche centinaio di metri, fino a giungere in prossimità
di una semplice casetta. "Questa è la mia abitazione", dichiara fieramente
il nostro amico, invitandoci ad entrare. Subito dopo escono dal nulla due
bambini, che corrono veloci verso il padre salutandolo affettuosamente,
prima di scomparire nuovamente nei paraggi. Entriamo, nonostante ci sentiamo
imbarazzati, e facciamo la conoscenza di Margaret, la giovane moglie, la
quale ci fa accomodare. Le diciamo che è ormai tardi, ma Joseph insiste, e
ci dispiace rifiutare la sua ospitalità, soprattutto dopo quanto ci aveva
detto in giornata. L'interno della casa, tra l'altro molto piccola, è
arredato alquanto modestamente, ma un focolare domestico può essere
costituito anche da un piccolo fornello dove bolle una minestra dall'aspro
odore, un tavolo, quattro sedie e qualche branda, ed inoltre, la bella
Margaret ci offre un tè con una dignità tale da far invidia. Conosciamo
anche Tommy, l'ultimo dei tre figli che, nonostante abbia ormai compiuto i
tre anni di età, ancora non cammina. Joseph ci spiega che il bimbo è
normale, non presenta nessuna patologia che gli impedisca di camminare, ma
non ci riesce, malgrado si presenta alquanto vivace, come ben capiamo, anche
quando si rivolge a noi sorridendoci e spalancando i suoi occhioni che
sembrano due enormi fari lampeggianti sulla sua bruna pelle. Joseph ci
spiega che hanno provato a portarlo anche dal "balmist", una sorta di
guaritore che pratica antichi riti "obeah", cioè legati alla magia nera, ma
malgrado le numerose pozioni ingerite, il bambino non ha fatto progressi.
"Anche per questo" continua, "spesso mi assento dal lavoro, rischiando di
fatto il licenziamento, perché voglio portarlo da uno specialista a
Kingston, uno di quei dottori che chiedono un mucchio di soldi per una
visita". Cerchiamo di rincuorarlo, anche se sappiamo che le nostre parole
servono a ben poco, e dopo aver ringraziato Margaret e salutato Tommy, ci
facciamo accompagnare in hotel.

Telefono alla compagnia aerea a Kingston, dalla quale ricevo ancora una
volta esito negativo circa l'arrivo del nostro borsone, e subito dopo ci
sediamo ad uno sgabello del bellissimo bar circolare posizionato
direttamente sulla spiaggia del Dragon Bay Hotel. Qui, dopo aver sorseggiato
un paio di colorati cocktails a base di rum, scesi facilmente al ritmo
incalzante del reggae, la Jamaica appare ancora più bella e spensierata,
anche se non posso far a meno di ripensare a questa giornata, alle sentite
parole di Joseph, a Tommy, a Marcus Garvey, ai ghetti di Kingston,
all'orgoglio
nero di una nazione che arranca da decenni nelle difficoltà postcoloniali.

Nelle prime ore del mattino seguente, dopo una lauta colazione, ci
incamminiamo sulla strada principale, raggiungendo in breve tempo altre due
rinomate gemme dei dintorni. Le scenografiche San San Beach e la vicina
Frenchman's Cove, entrambe immerse in una lussureggiante vegetazione
tropicale, sono indubbiamente bellissime, tanto che sono state usate come
set cinematografico per svariati film, ma le stesse, poiché sono spiagge
private a pagamento, rimangono prive di quella calda atmosfera locale a noi
tanto cara in questi giorni, e pertanto non ci entusiasmano particolarmente,
sebbene la trasparente acqua color verde smeraldo della seconda in
particolare, le conferisce un fascino speciale, che tende a rapire gli
sguardi ammaliandoti.

Poco prima di mezzogiorno rientriamo in hotel, dove troviamo Joseph ad
attenderci, tramite il quale lasciamo definitivamente Port Antonio e la
florida regione del Portland, percorrendo la statale A3 verso ovest. Il
ritmo sincopato dell'immancabile musica reggae accompagna il nostro viaggio
attraverso pittoreschi villaggi locali e colorate cittadine ricche di
fascino come Buff Bay ed Annotto Bay. La strada, come sempre
sufficientemente sconnessa, alterna tratti in cui corre parallela al mare,
generalmente abbastanza mosso, a tratti in cui si immerge totalmente in una
folta vegetazione.

Dopo un paio d'ore di tragitto, il paesaggio prevalentemente rurale lascia
il posto ai primi cartelloni pubblicitari, mentre le strade, dapprima
completamente libere, diventano improvvisamente trafficate. Capiamo
immediatamente che siamo giunti ad Ocho Rios e, guida alla mano, ci facciamo
condurre da Joseph direttamente all'Hibiscus Lodge, una della poche
sistemazioni decorose a buon mercato, dove contrattiamo il prezzo di una
stanza per la notte. Scarichiamo velocemente i bagagli, telefoniamo alla
compagnia aerea per informare dove soggiorneremo questa notte, ed
approfittando del nostro amico, il quale deve compiere il viaggio di ritorno
verso Port Antonio, ci facciamo accompagnare alla principale attrazione del
paese, ovvero le Dunn's River Falls. Scendiamo nel grosso parcheggio
adiacente le cascate, dove un forte abbraccio ci congeda forse per sempre da
Joseph, con il quale abbiamo trascorso intensi felici attimi. Sarà perché mi
affeziono ai posti, sarà perché mi lego tremendamente alle persone, ma gli
adii non mi sono mai piaciuti, e saluto con immensa tristezza Joseph, grazie
al quale ho vissuto più sentitamente questi giorni in Jamaica. Chissà quanti
altri "bianchi" dovrà ancora scorazzare sulle tortuose strade del Portland,
chissà mai quando Tommy inizierà a camminare, e chissà quando, il suo paese
potrà effettivamente emergere dallo stato in cui versa, riscattando
definitivamente secoli di incivili soprusi.

Viaggiando attraverso le sue trafficate strade avevamo avuto dei
preoccupanti sentori, ma ora, incamminandoci dal parcheggio verso l'ingresso
delle cascate, ci rendiamo effettivamente conto di quanto sia diversa Ocho
Rios dalla Jamaica che abbiamo vissuto in questi giorni. Qui, il turismo
discreto di Port Antonio lascia il posto alle comitive di vacanzieri delle
numerose navi da crociera. Quindi anche la risalita delle spettacolari
Dunn's
River Falls, diventa una sorta d'affollato luna park offerto dalla natura.
Le cascate però sono effettivamente scenografiche, e le loro limpide acque
degradano per ben 180 metri verso il mare, formando lungo il percorso
numerosi piccoli laghetti dove potersi tranquillamente immergere, magari in
compagnia di qualche grasso pensionato americano. Scendiamo attraverso dei
comodi gradini fino allo sottostante spiaggia lambita da un mare che
presenta i classici colori caraibici, dopodiché ci apprestiamo a risalire le
belle cascate, letteralmente immerse nella rigogliosa foresta pluviale.
Sebbene molti paghino delle guide, o si cimentano in buffe e coreografiche
"cordate", la risalita delle Dunn's River Falls è estremamente semplice, ed
il piacere migliore consiste nell'immergersi nelle tante pozze che
s'incontrano
lungo il percorso. Trascorriamo così il pomeriggio, bagnandoci in queste
chiare acque, ed osservando intere comitive di gente che si diverte come
bambini alle giostre. Poco distante dal grosso parcheggio, troviamo un
grosso mercato che vende paccottiglia per turisti a prezzi da rapina, dove
anche una semplice t-shirt costa un'occhio della testa, ma il tutto è
ampiamente giustificato, poiché i turisti che vanno per la maggiore, qui
sono i facoltosi yankees che sbarcano giornalmente dalle navi da crociera.
La sera ci riversiamo per le strade di "Ochi", anche perché dobbiamo
rinnovare il guardaroba, considerato che del nostro borsone non c'è nessuna
traccia e sono giorni che indossiamo gli stessi indumenti acquistati al
mercato di Port Antonio.

Alle cinque del mattino del giorno seguente, mentre mia moglie è ancora
assorta dolcemente nel sonno, mi trovo già sulla veranda della nostra stanza
ad ammirare il sorgere dell'alba, mentre un'enorme nave da crociera entra
lentamente nelle placide acque della baia. Ochi si prepara a un altro giorno
e le Dunn's River Falls all'ennesima invasione.

Decidiamo di non andare a Montego Bay, la principale meta turistica
dell'isola,
da dove fra tre giorni ripartiremo per l'Italia, ed optiamo invece per
Negril, che dista da Ocho Rios quattro o cinque ore di macchina. Già, perché
qui, considerate le pessime condizioni delle strade giamaicane, le distanze
si calcolano meglio in ore che in chilometri. La spesa per un taxi privato o
collettivo è però elevata, ed allora proviamo con successo a contattare
telefonicamente l'Air Jamaica Express, che in poco più di un'ora ci farà
atterrare comodamente a Negril, per la modica cifra di cinquanta dollari a
persona. Avremmo potuto risparmiare solo prendendo almeno un paio di autobus
locali, ma avremmo impiegato quasi l'intera giornata.

Ecco quindi Negril e la sua candida spiaggia lunga circa undici chilometri,
denominata appunto "Long Bay", nella quale si alternano innumerevoli bar ed
hotel non più alti delle palme, a negozietti di souvenir. Negril, lontana
dai miserabili ghetti di Kingston, rappresenta la Jamaica del classico
immaginario collettivo europeo, la classica isola delle tre R, secondo il
detto del nostro amico Joseph. Sole, palme, sabbia fine color borotalco,
mare caraibico, divertimenti a non finire, musica reggae sparata a tutto
volume. Negril invoglia a fare tutto e niente, nel senso che si possono
praticare tutti gli sport d'acqua possibili ed immaginabili, oppure si può
stare comodamente sdraiati all'ombra di una palma ad osservare la gente cha
passa, i venditori di frutta tropicale, di oggetti d'artigianato, di
aragoste, di ganja, da noi conosciuta più comunemente come marijuana, il cui
dolciastro odore aleggia nell'aria. Com'è lontano il Portland, come sono
lontane le sue spiagge frequentate prevalentemente dai giamaicani, com'è
lontana la sua dolce atmosfera rilassata. Sulla spiaggia di Negril abbondano
i rasta, o pseudo tali ad uso e consumo turistico, che con le loro
dreadlocks, le lunghe trecce bruciate dal sole, contribuiscono a rendere
effettivamente "Jamaica" quest'immensa spiaggia, ed a far sentire felici le
giovani turiste occidentali color latte in cerca d'avventure, con le quali
passeggiano per mano creando un interessante binomio cromatico.

Tra lunghe passeggiate, colossali sbronze ai numerosi bar disseminati lungo
l'immensa spiaggia, alcune ore snorkeling sulla vicina barriera corallina,
il nostro soggiorno giamaicano giunge al termine e ci riserviamo per
l'ultima
sera una visita al luogo culto del circondario, ovvero il celeberrimo Rick's
Cafè. Il bar, situato dalla parte della scogliera, consente di ammirare
secondo molti uno spettacolare tramonto. Paghiamo il biglietto d'ingresso,
il quale consiste nell'acquisto di una consumazione, dopodiché ci sistemiamo
seduti su un muretto a picco sul Mar dei Carabi. Ingurgitiamo un paio di rum
punch, mentre brevemente il bar si riempie di turisti, i bassi gonfiano
ripetutamente le grandi casse acustiche posizionate a breve distanza e la
mitica voce di Bob Marley diffonde nell'aria la leggendaria "Jamming".

Ad un tratto tutti iniziano a cantare, il rum scorre a fiumi, ed il sole,
camuffato da grossa sfera color fuoco, inizia la sua lenta discesa
all'orizzonte,
adagiandosi lentamente nella placide acque caraibiche. Effettivamente debbo
ammetterlo, si è trattato di un gran bello spettacolo.

Eh si caro Bob, quanto è bella la tua terra.

In hotel troviamo ad attenderci un messo della British Airways, il quale ci
comunica che domani ci consegneranno il nostro bagaglio, e ci "elargisce"
400 dollari americani come indennizzo per i giorni in cui ne siamo stati
sprovvisti.

L'indomani mattina, effettuiamo molto presto la solita passeggiata sulla
lunga spiaggia di Negril, la quale è ancora deserta, e quindi effettivamente
ancor più bella. Incontriamo i soliti colibrì che si divertono saltellare
sulla sabbia, ed una coppia bianconera che sbuca da un cespuglio, nel quale
avrà presumibilmente soggiornato tutta la notte. Poco distante, alcune donne
iniziano a montare i loro banchetti, dove appendono colorati parei, teli da
mare che rappresentano la bandiera giamaicana, cuffie in lana o cotone con i
colori rasta, i colori dell'Etiopia. Lentamente la spiaggia si popola,
Negril assume la consueta fisionomia, la musica reggae ritma il tempo, i
venditori ambulanti iniziano le loro innumerevoli passeggiate, i facoltosi
turisti rosolano al sole cocente della Jamaica, l'odore della ganja si
espande nell'aria.

Davanti la porta del nostro bungalow troviamo il nostro borsone, ma ormai il
nostro viaggio è finito, la sera raggiungiamo l'aeroporto di Montego Bay, ed
al check-inn troviamo un'inaspettata sorpresa. Imbarchiamo il bagaglio, ed
entriamo all'interno del moderno aeroporto, dove apriamo la busta a noi
indirizzata, contenente una lettera con su scritte poche righe: "Cari
Benedetto e Patrizia, inaspettatamente Tommy ha mosso ieri sera i primi
passi, sono estremamente felice e pensavo sareste stati contenti anche voi
di apprenderlo. Tornate a trovarci, voglio farvi conoscere molti altri posti
della mia terra, e Margaret desidera invitarvi a cena, per farvi gustare la
sua rinomata cucina. Con amicizia, Joseph".

Alzo lo sguardo, scorgendo un manifesto che pubblicizza le tante bellezze
nazionali, ed un ritratto del grande Bob, "The king of reggae". Ripiego con
cura la lettera, asciugo gli occhi, ormai completamente inumiditi e stringo
forte la mano di Patrizia.

Si, ora ne sono certo, un giorno torneremo sull'isola delle tre erre.


Bnx




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> Beh, visto che in questi giorni si è scritto di Jamaica, io ritiro fuori
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